Elisa Pucci, Mille, dallo Zecchino d’Oro ad X-Factor Chi è

In esclusiva ai microfoni di “Musicisti Emergenti”, abbiamo intervistato Elisa Pucci, in arte Mille.

Come stai?

Bene! Sono appena tornata a Milano in studio, perché ero stata a Roma per girare il mio nuovo Videoclip. Ed ora pronti tutti per la nuova uscita!

Allora, Elisa Pucci, in arte Mille… Il tuo nome nasce da un appellativo che ti è stato dato in famiglia: “garibaldina”. Perché “garibaldina”?

Sì, devo ringraziare papà che ha sempre gestito in maniera molto puntuale il mio modo di essere, ed, ancora oggi, mi chiama “la garibaldina di casa” per via del mio temperamento. Si ricollega a quando, da piccola, facevo i miei spettacoli di teatro in casa, con tanto di costumi e scenografie, occupando la sala da pranzo, quindi obbligavo tutti a sottostare ai miei ritmi e mio padre chiamava mia madre nell’altra stanza dicendo ” Nadia! Sta arrivando la spedizione dei Mille!”, quindi io questa cosa me la sono sempre portata dietro e quando ho dovuto scegliere il mio nome d’arte me lo sono ritrovato, è sempre stato lì, dovevo soltanto accorgermene. Devo ringraziare mio padre per molti motivi belli e brutti, e il mio nome d’arte è uno di questi.

Gli spettacoli in sala da pranzo erano nulla rispetto a quella volta volta che hai falsificato la firma di tuo padre per partecipare allo “Zecchino D’Oro”…

Premesso che non si fa… falsificare la firma di un genitore, specialmente se sei un minore, è sbagliato. Quell’episodio rappresenta il nostro rapporto di una vita.

A scuola mi avevano consegnato la cartolina per iscrivermi alle selezioni dello “Zecchino D’Oro”, io la porto a casa e dico “Papà,papà mi firmi questa cosa, perché io voglio partecipare allo Zecchino D’Oro”, mio padre non mi da’ abbastanza attenzione e io penso “Ah sì? Tu non stai capendo che questo è un mio desiderio forte?”, era una cosa che io volevo fortemente fare! Allora mi documento, cerco le sue cose firmate e riproduco fedelmente la sua firma. Quando mio padre è stato contattato al telefono per la mia convocazione alla prima selezione, io ero presente, quindi sentivo mio padre che diceva “Mi scusi, forse c’è un errore… Zecchino d’Oro? Non capisco…mia figlia?”.

Insomma, vado a  fare le selezioni che supero, e alla fine mio padre mi accompagna anche a Bologna, ecc… però era una forte esigenza che lui non aveva preso in considerazione, non aveva dato il giusto spazio, ed il giusto valore a questo mio grande desiderio, e quindi ho agito così.

Ovviamente oggi, con una maturità diversa, so che il dialogo e l’approfondimento delle conversazioni sono una risposta migliore all’agire d’impulso.

Certo, eri una bambina di otto anni, ma questo episodio mette da subito in luce il tuo temperamento. Invece il rapporto con tua madre e la musica? Ho letto che hai sentito cantare tua madre e ti sei innamorata del canto…

Sì, premesso che mia madre non è una professionista, ma un’appassionata e quindi non aveva una voce da sfruttare per una carriera artistica, però il suo approccio, il suo modo, la maniera in cui diventa bella quando canta le canzoni del suo cuore, mi ha fatto venire voglia di avvicinarmi, nella vita, il più possibile a quella bellezza. Io ho perennemente l’immagine di mia madre stampata nella mente che canta “C’era una volta una gatta”, “Caruso”, che canta le canzoni di Ivan Graziani perché mi fa riconnettere con il lato bello delle cose. Quando canto, studio i pezzi e approfondisco la parte del cantato, un po’ mi rifaccio a lei, non perché fosse una cantante, ma perché la sua dolcezza e il suo modo di cantare le parole, mi è stato di insegnamento.

Hai avuto sostegno da parte della famiglia, riguardo il percorso lavorativo che hai scelto?

Decisamente no! L’hanno fatto in maniera inversa: mi sono sempre data forza autonomamente e questo mi ha fortificata. È da pochissimo tempo che mi sostengono realmente e questo anche perché io ho una maturità diversa, ho un punto di vista diverso, ed un modo di viverli in maniera diversa e non ho più voglia di scavare in determinate cose del passato, perché è nel passato devono rimanere. Quindi anche non sostenermi, nella vita, in tante occasioni, è stato comunque un modo per sostenermi, perché ho comunque imparato un sacco di cose. Non mi hanno sostenuto in maniera classica, ma in un certo senso l’hanno comunque fatto.

Laureata in Economia, come hai scelto questa facoltà che è così lontana da una mente artistica?

I numeri mi sono sempre piaciuti, però non ero troppo portata. Fa parte di quegli amori non corrisposti, di quelle attrazioni che non ti spieghi. Mi è sempre piaciuto il marketing, la parte economica delle cose e anche di quelle artistiche, perché i numeri fanno parte della musica per diversi motivi. Io ho fatto un’interfacoltà tra “Economia e Commercio” e “Lettere e Filosofia” che si chiama “Scienze della moda e del costume”, ma per una serie di motivi ho dato la tesi in marketing, perché l’ho vista come un’occasione in più per imparare, rispetto alla parte di “Lettere”. Trovavo più difficile studiare le materie di “Economia”, ma ci volevo riuscire, volevo riuscire ad imparare come funzionavano determinate cose, anche se ci mettevo più tempo. Alla fine mi sono laureata in tre anni e mezzo, quindi è andata!

“Scienze della moda e del costume”? È a questo che devi il tuo outfit caratteristico?

Questo lo devo a mia madre. Lei ha sempre avuto le gonne a vita alta, vestiti colorati, i capelli rossi, lunghi ed ondulati, così come li ho io adesso. Ho sempre avuto dentro questo gusto per il vintage, pensa che non vedo l’ora di diventare nonna, non mamma, ma nonna addirittura! E poi mi piace giocare con i colori, con i tessuti, cosa che ho fatto anche durante la quarantena: ogni mattina mi svegliavo e sceglievo cosa mettere, pur rimanendo a casa, come tutti, per due mesi. Per me fa parte di quei rituali sacri, perché mi diverte e mi piace prendermi cura di me.

Quando ti sei resa conto che la musica era passata da passione a esigenza?

Penso quando ho falsificato la firma di mio padre [ride], perché ero perfettamente cosciente di cosa mi aspettasse, ma ho scelto l’incoscienza. Questo si è ripetuto in varie altre occasioni, nella mia vita. Ho fatto milioni di “lavoretti” per continuare a provare a fare musica. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per continuare a suonare.

Ci sono stati periodi o momenti di forte crisi artistica?

Sì, li ho avuti in concomitanza con determinate cose brutte della mia vita. Perché come tutte le cose è “tensione e rilascio”.

Come li hai gestiti?

Facendomi attraversare dalle cose brutte, non le ho mai respinte, non le ho mai negate. Ho sempre cercato di capire le motivazioni di queste crisi, e le ringrazio. Una forte crisi l’ho avuta lo scorso anno, quando mi sono trasferita a Milano e mi sono resa conto delle persone che ho perso, ma ne esco fortificata. Mi sono resa conto che l’allenamento che devo fare, ogni giorno, non è per affrontare le cose negative ma per affrontare quelle positive perché, spesso, ho avuto sempre più paura di essere felice che di essere triste. Alla negatività ci si abitua, alla felicità meno perché ci si stupisce sempre quando le cose vanno bene. Le crisi mi hanno aiutata a vivermi meglio le cose e a fare i conti con ciò che stava accadendo in quel momento.

Crisi a parte, che influenza ha avuto questo spostamento a Milano sulla tua carriera?

Per come la vedo, potrei vivere anche in un’isola deserta. Milano è la capitale della musica e del business ma per quanto riguarda il mio lavoro, ovvero scrivere canzoni, non è stato quell’aspetto ad arricchirmi, ma la sua vivacità. Io mi vivo la Milano con i lampioni spenti, la Milano di giorno, quella con le signore che vanno a fare la spesa e faccio amicizia con tutti i baristi della città, perché mi piace scoprire i posti attraverso le persone che sono nate e cresciute qui. È stata utile alla mia carriera per quello che mi ha fatto scrivere.

Mi aspetto fra due tre anni di cambiare città, immagino di trasferirmi a Bologna, o a Torino, o in Puglia, perché ho l’esigenza di vivere culture e costumi diversi a seconda delle città in cui mi trovo. Poi questo mio trasferimento è coinciso con la conoscenza della mia discografica, del management, che poi hanno la sede a Brescia, che non mi hanno fatto vivere, in ogni caso, la dimensione del business ma quella umana.

Da tutta questa volontà di cambiare, di esplorare, mi viene una curiosità. Di che segno sei?

Gemelli. Mia madre è fissata con i segni e mi ha sempre detto “Tu giusto dei Gemelli potevi essere”. Io ho imparato a conoscere i segni zodiacali attraverso i racconti delle persone che ho conosciuto. In una canzone, che uscirà tra pochi mesi c’è una frase “nascere sotto il segno dei Gemelli”, perché mi ci riconosco per il fatto che sono pazzi per amore e altre varie cose.

Domanda attuale. A parte il vestirsi vintage tutte le mattine, come hai passato la quarantena?

Durante la quarantena ero felicissima perché nessuno mi diceva ” Elì, che fai? Non esci? E dai! Come sei vecchia” per una volta ero giustificata, perché nessuno poteva uscire. Ero anche molto preoccupata perché mio padre lavora in ospedale, ed una mia amica medico ha preso il Covid-19, ma per quanto riguarda l’aspetto di rimanere a casa per me era il top di gamma. Vivo tanto la casa e mi piace fare la vita degli anziani: fare la mia passeggiata e tutti i miei giri, e poi tornare. La maggior parte del mio lavoro viene svolto in casa. In quarantena è partita la promozione del mio primo singolo, quindi le giornate passavano velocemente.

Come vedi il mondo musicale nel futuro post Covid?

È un disastro per tutti! È un disastro a livello economico, perché la musica è una passione ma anche un lavoro. La sospensione della musica dal vivo, elimina il 70% di quello che rende la musica un lavoro. Molto spesso ho sentito dire ” Dai! ritorneremo sul palco ancora più contenti” ma sul palco ci sarei andata contenta lo stesso senza pandemia. Bisogna essere lucidi, tenere l’umore alto e favorire tutte le manovre di tutela degli artisti e di tutte quelle figure che girano intorno all’arte. Si dovrebbe agevolare le attività artistiche future. Mi sono chiesta, vedendo tanta gente al Pigneto, a Roma, se fosse più coerente far ripartire i concerti prima, ma bisogna avere fiducia.

Parliamo del tuo nuovo singolo “La vita le cose” …

“La vita le cose” fa parte di quelle conversazioni che si fanno a tavola o al telefono con persone con cui hai confidenza, che ti danno la possibilità di non spiegare troppo perché ti capiscono al volo, anche dal tono che usi per rispondere al telefono; fa parte di quei gesti quotidiani che rendono la vita più preziosa. È una fotografia di un momento storico della mia vita, che corrisponde a quando mi sono trasferita a Milano, con tutto quello che significa a livello emotivo e logistico.

Questo singolo è dedicato a qualcuno?

È sempre dedicato a qualcuno, perché, nei testi, racconto cose che accadono nella mia vita. Scrivo le canzoni con Davide Malvi, “Umberto I” su Instagram, che è il mio migliore amico. Lui è un autore anche di altri artisti, è il batterista dei Moseek, ed il batterista con il quale suono dal vivo. Le nostre vite sono intrecciate, quindi le persone di cui parliamo hanno sempre un nome ed un cognome. Scriviamo insieme mandandoci delle lettere con degli spunti, non siamo mai nella stessa stanza.

Come inizia il tuo processo creativo?

Non c’è un momento preciso in cui avviene, e molto spesso sono parole e frasi legate a melodie che mi entrano in testa, e che io registro con il registratore vocale dello smartphone, per poi riprodurle al pianoforte quando torno a casa.

Di “Animali” ho ancora la prima registrazione suonata d’istinto al piano, che poi è rimasta la strofa del ritornello della canzone, e a fine registrazione si sente il mio commento “Boh”. Questa cosa mi fa sorridere! “Animali” è una delle prime canzoni che ho scritto: mi ha aiutato a prendere confidenza con il testo in italiano, e a non farmi il problema del primo testo e della prima melodia, ma ad andare, invece, a braccio. Cerco di essere fedele alle cose che mi vengono in mente, e poi ci lavoro piano, piano per finalizzare i pezzi.

Più raro è che io scriva prima un testo e poi la musica. Mi succede quando Davide mi manda delle idee specialmente testuali più che melodiche, ed io mi ci aggancio. O quando sono in mezzo alla gente e sento una frase che mi piace, io me la segno. Paradossalmente io non scrivo le mie canzoni da sola ma con tutte le persone che incontro. Dovrebbero firmare il bollettino SIAE un po’ tutti [ride], specialmente mio padre di cui parlo spesso nei miei testi.

Oltre alle persone che ti circondano, c’è qualcuno a cui ti ispiri?

Sono tanti. Il mio cantante preferito della vita è Elton John e di lui adoro qualsiasi cosa. Mi piace anche il duo creativo in cui Elton John fa la melodia, e Taupin il testo. E poi adoro Patty Pravo e Raffaella Carrà: loro sono le mie muse da sempre, sotto tutti i punti di vista.

Inoltre tutti quei dischi che ascoltavano i miei genitori mi hanno influenzata, come Lucio Dalla. Sono quegli ascolti inconsapevoli che pensavo non fossero segnanti, ed invece lo sono eccome.

Mi hai citato due donne fra i tuoi modelli e mi sento di farti una domanda che ci porta ad un argomento spinoso. Nel mondo del lavoro sei mai stata penalizzata perché donna?

È una domanda spinosa, ma in realtà è spinosa la questione, e quindi bisogna parlarne. Abbiamo tanti esempi di cantautrici e di interpreti donne che hanno fatto la storia della musica, quindi sono assolutamente convinta che la presenza femminile c’è , ed è anche importante.

Esiste il sessismo in questo mondo, sotto vari aspetti. Il sessismo è nascosto in molti atteggiamenti culturali a cui le donne stesse sono abituate. Quando ero bambina le zie, le nonne, le mamme delle mie amichette mi facevano domande come “Lo vuoi trovare il principe azzurro?”, “Come immagini il tuo abito da sposa quando sarai grande?”, “Vuoi trovare l’uomo che ti renderà felice?”. Questo approccio va ad incidere indirettamente anche sui gusti musicali. Spesso, quando cantanti uomini camminano sul red carpet, ci sono orde di fans accanite che si strappano i capelli e piangono, ma non siamo abituati ad avere questo forte trasporto nei confronti delle cantanti donne. Questo non vuol dire che ci sia una discrepanza in termini di bravura, ma sicuramente c’è in termini di ricezione da parte del pubblico. E quindi numericamente abbiamo più uomini che hanno avuto grande successo nella musica, rispetto alle donne.

Nel lavoro hai trovato atteggiamenti sessisti?

Molto meno di quello che si possa immaginare. Le persone si comportano con te, come tu gli permetti di comportarsi. Il mondo della musica è difficile per tutti: bisogna farsi le ossa, l’esperienza, ed imparare tanta diplomazia. Capita di incontrare gli stupidi e bisogna essere sempre pronti. Mi è capitato che un fonico mi dicesse “Vuoi che ti accordi la chitarra? Vuoi che ti accenda l’amplificatore?” ed altre cose del genere. Ed un atteggiamento che all’inizio mi sembrava molto gentile, l’ho interpretato come un segno di sfiducia che ricalcava uno stereotipo che ci è stato inculcato. Un’altra domanda che trovo svilente è stata “Le scrivi te le canzoni?”. Non puoi rispondere male, ma rispondi dando l’esempio, senza pretendere di educare il prossimo.

Parliamo dell’Esperienza ad XFactor con i Moseek…

Esperienza stupenda! Parco giochi per i musicisti! Ho solo ricordi belli e tante persone che abbiamo incontrato sono tutt’oggi dei punti di riferimento per noi. Fausto Cogliati, il producer che affiancava Fedez, è stato uno dei primi testimoni del mio nuovo progetto e ci ha permesso di girare l’Italia dandoci molta visibilità.

Come ci si sente a suonare davanti ad un pubblico così vasto?

Io non pensavo mai al fatto di stare in una trasmissione televisiva, pensavo solo al pubblico nel teatro, tanto gli altri non li potevo vedere, vedevo solo le telecamere. C’è chi ci diceva “Ricordate che vi guardano milioni di telespettatori” ma io mi immaginavo che fosse un’esibizione in uno dei concerti del Tour, per affrontarla con maggiore tranquillità e tutelare me stessa.

La nostra piattaforma si chiama “Musicisti Emergenti”. Cosa consiglieresti ai musicisti emergenti?

Di scrivere esattamente quello che sono e che vivono, e di non inventarsi niente più di quello che uno è. Questo è quello che funziona con me stessa. In questa fase, non mi sento di dare consigli ma solamente di riportare la mia esperienza.

Quale è il tuo sogno, oggi?

In questo momento mi sta arrivando il montaggio del videoclip e sogno di non dover fare alcuna modifica. Cerco di avere sogni che possa raggiungere facilmente, giorno per giorno.

Mi piacerebbe lavorare con Ennio Morricone, anche se in questo momento ho appena soddisfatto il desiderio di avere un produttore che sia il giusto sarto per le canzoni che scrivo, quindi Ennio Morricone sarebbe una cosa inaspettata. In questo momento vorrei fare la preparazione atletica per fare Sansiro.

Mi sono educata a vivere i sogni come qualcosa che posso rendere concreto il più possibile. Il sogno più grande è che nessuno mi chieda “Che lavoro fai?”, o che tante persone conoscano le mie canzoni.

Ti racconto questa cosa che sembra piccola, ma per me è stata immensa. Dopo che ho pubblicato “Animali” mi sono arrivati dei video cover. Non mi era mai successo che qualcuno ricantasse una canzone che avevo scritto, di sentirla con una voce e con un modo di suonarla diversi. Per me è stato un dono, e ricordo di averli ringraziati milioni di volte.

Non voglio scavalcare il singolo “Le vita le cose”, ma volevo chiederti se avessi qualche progetto che già bolle in pentola…

I sogni li costruisco pezzettino per pezzettino, però fanno parte di un disegno grande. Ho scritto tante canzoni, e dopo l’uscita del secondo singolo, ce ne saranno altri. Le canzoni ascoltate solo dalle mie orecchie, dal produttore e dal team con cui lavoro, finalmente usciranno fuori per essere ascoltate anche da altri, molto presto.

 

G. Lo Russo

 

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